Associazione Nazionale Docenti Universitari (ANDU): Da Susan George dell'Universita' di Pisa
(Recibido por correo electrónico)
Riportiamo in calce un messaggio sull'atteggiamento dei professori inviato all'ANDU da Susan George, dell'Universita' di Pisa.
Da Susan George dell'Universita' di Pisa:
"Mi piange il cuore tornare in Italia dopo un soggiorno a Harvard. In questi ultimi anni mi sono occupata, in quanto presidente di un corso di laurea in comunicazione pubblica, sociale e d'impresa, di metodi di
partecipazione democratica.Mi piacerebbe tanto fare la stessa cosa per la mia universita' (Pisa) dove esiste poca condivisione di un progetto culturale piu' ampio. Numerose sono le intelligenze individuali, scarsa l'intelligenza collettiva e totalmente assente una visione strategica da parte dei nostri dirigenti. Mi chiedo quindi se ne valga la pena.
La maggior parte dei professori ordinari non si e' mossa durante l'Onda, mentre a Parigi hanno alzato la voce. Perche' i professori sono così rassegnati qui? E' indifferenza, disinteresse, mancanza di motivazione o
cosa? Non riesco a capire...Susan George"
Riportiamo la risposta di Marco G. Benvenuti, dell'Universita' di Firenze, al messaggio di Susan George, che riproponiamo in calce e che abbiamo gia' diffuso con il titolo "'Professori rassegnati'?".
Da Marco G. Benvenuti a Susan George:
"Cara Susan,ho letto su una newsletter di ANDU il tuo sfogo riguardo la rassegnazione dei professori universitari verso le politiche di depotenziamento dell'universita' pubblica. Sono un ricercatore del Dipartimento di Scienze della Terra di Firenze e a Ottobre 2008 assieme a quasi tutti i ricercatori della Facolta' di Scienze ho partecipato alla mobilitazione contro la 133. Da subito noi ricercatori avevamo chiaro che la 133 rappresentasse il colpo di grazia al sistema universitario pubblico ma altrettanto chiaro ci pareva che dentro questo sistema, prima di tutto, dovessero essere cercate le responsabilita'. Sara' per il ruolo, alla base della piramide universitaria, ma per i ricercatori era scontato che assieme ad una azione di contrasto alle politiche di questo governo ci dovesse essere da parte di chi e' nell'universita' una seria analisi della situazione.
La cosa non e' mai stata affrontata in questi termini e a parte un tiepido appoggio alla mobilitazione i professori non si sono attivati, sono davvero rassegnati. Tu parli di indifferenza, disinteresse, motivazione, io aggiungerei senso di colpa...consapevolezza che non si e' stati capaci, a livello personale e collettivo in buona e malafede, di coltivare e far crescere la positivita' del fare e trasmettere conoscenza e cultura in questo paese. I professori sono rassegnati perche' sono consapevoli che questo sistema e' stato logorato in decenni di utilizzo personalistico e/o lobbistico in un patto scellerato con la politica, con un sindacalismo miope rispetto a far crescere la cultura del lavoro e dell'impegno in un luogo dove si sarebbero dovute formare generazioni di intellettuali e tecnici per far crescere il paese. I professori mi sembrano come il bambino che scoperto a fare marachelle fa la faccia rossa e si vergogna in silenzio. Il paradosso e' che si sentono in colpa anche quei colleghi professori, e nel mio piccolo ne conosco molti, che hanno sempre fatto seriamente il proprio dovere e che sono nel profondo convinti che questo paese dovrebbe meritarsi un universita' pubblica migliore. Evidentemente il senso di colpa e' un virus molto contagioso!
Potrei raccontarti la mia storia personale, simile a molti come me che dopo dottorato, postdoc, assegni e via dicendo, dopo dieci anni ha trovato collocazione nella ricerca universitaria, figlio di operai e primo del proprio clan parentale ad accedere ad un livello superiore di istruzione. Mi sento parte di questo sistema e mi prendo anche qualche responsabilita' ma vorrei reagire con l'orgoglio e la dignita' di chi cerca di fare qualcosa per questo fottuto paese che sempre di piu' assomiglia a Las Vegas! Ho due figli piccoli che vorrei veder crescere culturalmente in un paese migliore a partire dal luogo dove svolgo quotidianamente il mio compito di ricercatore. Io non sono rassegnato e vorrei che anche i professori, guardando i loro figli e nipoti, trovassero le ragioni per una seria reazione!
Un caro saluto
Marco G. Benvenuti
Universita' di Firenze"
Riportiamo una lettera di Maurizio Persico, dell'Universita' di Pisa, a Susan George e Marco Bemventi, i cui precedenti messaggi riproponiamo in calce.
Da Maurizio Persico a Susan George e Marco Benvenuti:
"Cari amici dell'ANDU,vorrei rispondere sulla vostra newsletter a Susan George e a Marco Benvenuti. Sono un prof. ordinario di chimica, a Pisa.
La domanda a cui vorrei rispondere e': perche' non si muovono i professori italiani, soprattutto gli ordinari? Naturalmente c'e' una risposta per ogni testa, ma due o tre motivazioni forti bastano a spiegare (NON a giustificare) l'inazione dei piu'.
Anzitutto ci sono quelli contenti dell'azione del governo; magari sono disposti a lamentarsi della scarsità di risorse, ma gli va bene una progressiva gerarchizzazione dell'universita'; in fondo una delle poche innovazioni gia' operanti che ci ha regalato la Gelmini e' l'assoluto predominio dei prof. ordinari nei concorsi. E poi, grazie al fatto che i concorsi da ordinario d'ora in poi si faranno col contagocce, mentre molti vanno in pensione, i pochi rimasti possono sognare di estendere la loro baronia.
Ci sono poi quelli che hanno alzato la voce, per un po' (come ho fatto anch'io). Ne rimane qualche segno qua e là (provate ad aprire il sito web del mio dipartimento - www.dcci.unipi.it - o della mia facolta' - www.smfn.unipi.it), ma cosa abbiamo ottenuto? Al massimo, un piccolo scarico di coscienza. L'Onda si è esaurita, com'era prevedibile, con le vacanze di Natale. Sono le condizioni oggettive che ci condannano: la maggioranza governativa è forte, l'opposizione inesistente (e quando era al governo, sulla politica universitaria ha dato il peggio di se'), la stampa e l'opinione pubblica sono contro di noi e fanno di ogni erba un fascio. Non mi stupisce che prevalga la rassegnazione.
Forse ha ragione Marco Benvenuti quando dice che molti cominciano anche a vergognarsi. Attenzione, e' pericoloso: nella nostra universita' c'e' del buono e c'e' del marcio, e vedere solo il marcio e' peggio che una rassegnazione del tipo "ha da passa' 'a nuttata". Chi pensa che i mali endogeni dell'universita' siano irrimediabili, finisce con l'applaudire i lanzichenecchi, sperando che spazzino via tutto. Dalla cura Tremonti-Gelmini l'universita' italiana potrebbe uscire dimezzata, come numeri, competenze, prestigio e capacita' di attrarre i giovani. Siamo sicuri che dopo (ma quando?) qualcun altro trovera' la volonta' e le risorse per ricostruire?
Resto disposto a partecipare a iniziative di protesta, che riescano almeno a ricordare all'opinione pubblica che esiste un dissenso. Inoltre non voglio collaborare, ne' col vecchio sistema di potere accademico, ne' con i barbari al governo. Applaudirei un Rettore, o anche un Preside, che si dimettessero, anche con la piu' banale delle motivazioni: non ce la faccio piu' a mandare avanti il mio Ateneo (la mia Facolta') in queste condizioni. Comunque anche la resistenza passiva (che ha i suoi vantaggi, lo ammetto) non e' priva di spine. Cosa credete che pensino i precari e i giovani colleghi, se i loro prof. ordinari "di riferimento" praticano la politica delle mani pulite (e della bocca asciutta)?
Cordiali saluti
Maurizio Persico"
"Riscatto e dignita'"-"Dov'e' il sapere?" (sui professori italiani)
Dopo gli interventi di Susan George, Marco Benvenuti e Maurizio Persico, diffondiamo i seguenti messaggi di Tommaso Greco, dell'Universita' di Pisa, e di Andrea Celli, dell'Universita' di Padova.
da Tommaso Greco, dell'Universita' di Pisa:
"Cari amici dell'ANDU, nel ringraziarVi per l'opera di informazione che svolgete in un contesto nel quale proprio la mancanza di informazione e' una delle piu' efficaci (e ingiustificabili) ragioni dell'inazione della categoria dei docenti, vorrei pregarVi di diffondere anche il mio breve intervento sulla questione sollevata da Susan George e poi ripresa da altri colleghi.
Sono un professore associato di filosofia del diritto nell'Universita' di Pisa (facolta' di Giurisprudenza). In occasione delle proteste dello scorso autunno ho sostenuto -- anche in affollatissime assemblee di ateneo -- che non ci si poteva nascondere dietro gli studenti dell'Onda ma che era necessaria un'azione specifica dei docenti. Pensavo --e penso ancora-- che una forma di protesta adeguata a far comprendere all'opinione pubblica che la misura era (e') colma sarebbe stata la sospensione delle sedute di laurea: solo un gesto eclatante, purtroppo, avrebbe fatto rinsavire quanti distruggono l'universita' pubblica giovandosi del nostro sonno. Sarebbe bastato, oltretutto, che questa minaccia l'avessero fatta solo le facolta' di giurisprudenza con riguardo all'appello di ottobre (quello utile per l'iscrizione all'albo). Inutile dire che la mia proposta non solo non e' stata minimamente presa in considerazione, ma non e' stata nemmeno controbilanciata da altre proposte. Si e' preferito pronunciare tante parole (anche di fuoco), ma senza compiere fatti concreti.
Non so dire il perche' non ci sia stata la voglia di compiere un gesto di riscatto e di dignita'. Si puo' tentare una piccola fenomenologia dei ragionamenti piu' diffusi, che si aggiunge alle cose gia' dette da altri:
- alcuni pensano (nonostante le tante smentite) che "tanto poi il governo non fara' quello che minaccia di fare"
- altri pensano che "in qualche modo, noi riusciremo a galleggiare, perche' siamo piu' furbi"
- alcuni aspettano che siano altri a muoversi
- alcuni, semplicemente, pensano ad altro.
Il risultato e' che i nostri dipartimenti non hanno piu' fondi per comprare libri e pagare il riscaldamento; che i nostri dottorati sono praticamente scomparsi; che i finanziamenti per la ricerca sono ormai inesistenti, e cosi' via.
Riusciremo primo o poi ad avere uno scatto, un moto di vita? Forse l'occasione ci sara' quando ci accorgeremo che non ci saranno fondi nemmeno per pagarci lo stipendio? Vedremo...
Cordiali saluti.
Tommaso Greco"da Andrea Celli dell'Universita' di Padova:
"Cari amici dell'ANDU,gli ultimi scambi di messaggi stimolati da quello breve quanto intenso di Susan George hanno dato una svolta inaspettata a questa mailing list.
Sono un precario di 35 anni, con tutti i contorcimenti esistenziali e politici di questa condizione. Lavoro e collaboro con dipartimenti di Lettere italiane. Qualche anno fa avevo tentato di ideare e partecipare ad acerbi momenti di lavoro politico-culturale nella mia Facolta', con studenti, precari e docenti.
Abbiamo senz'altro tutti la percezione che i modi tradizionali di lotta siano molto deboli e di durata "stagionale", per i motivi bene segnalati da molti in questa mailing list, e che si tratti quindi di cercare un altro respiro nei modi di organizzazione e di radicamento.
La novita' di questo scambio di messaggi mi sembra stia nella sincerita' con cui si formulano alcuni interrogativi e si dichiarano le debolezze. Altro elemento di forte novita' mi sembra la parita' di confronto permesso da un vecchio social network come la mailing list.
Credo, come altri colleghi e amici con cui sto lavorando a Padova, che la novita' non vada cercata solo nella qualita' dei discorsi, di cui tutti piu' o meno vorremmo essere autori, ma soprattutto dei modi della relazione: coraggiosamente paritaria, meno fulcrata sul prestigio individuale o gerarchico e piu' su di una prospettiva collaborativa, aperta e di lungo periodo.
Dov'e' il sapere oggi? Dentro o fuori dell'universita'? Da qui si puo' forse anche partire per un ripensamento delle relazioni tra Universita' e territorio, universita' e paese, universita' e processi reali. Anche per tentare di creare degli "ambienti" stimolanti in cui vivere e invitare a vivere.
Forse un percorso "open" (per continuare con l'informatica) troverebbe molte piu' solidarieta' ed energie di quanto non ne possa trovare una fondamentale lotta di categoria, con la sua rilevanza universale.
Andrea Celli
Master in Studi interculturali
Universita' degli Studi di Padova"
Dopo gli interventi di Susan George (Pisa), Marco Benvenuti (Firenze), Maurizio Persico (Pisa), Tommaso Greco Pisa) e Andrea Celli (Padova), riportiamo l'intervento di Michele Maggi dell'Universita' di Firenze.
Per leggere tutti i precedenti interventi cliccare: http://firgoa.usc.es/drupal/node/42926 da Michele Maggi dell'Universita' di Firenze:
"Cari Colleghi,
l'articolo di Cesare Segre sul "Corriere della sera" di oggi (25 maggio 2009, ndr) e' da condividere in pieno. Finalmente una voce chiara e forte a contrastare un indirizzo degenerativo che sta portando alla distruzione della funzione propria dell'universita'. Purtroppo si tratta di un indirizzo perseguito da tempo, a fermare il quale non sono valsi argomenti ragionati e richiami autorevoli. Vengono anche da cio' le sensazioni di sfiducia e di rassegnazione. Tanto piu' che a rafforzare le spinte distruttive un contributo arriva dall'interno stesso della nostra istituzione. Lo mostra il ricevimento che trovano nella Conferenza dei rettori i luoghi comuni che hanno ritmato l'iniziativa dei legislatori dell'ultimo decennio, dalla fissazione punitiva di un astratto tempo di lavoro (quando passo una domenica a correggere tesi di laurea, sara' considerato lavoro straordinario? e come sara' quantificato il tempo che dedico allo studio, per rispetto di me stesso e per evitare di trasmettere agli studenti vacuita' ripetitive?) alla 'valutazione' affidata a entita' e meccanismi di misurazione estrinseci. Il tutto, naturalmente, come si dice, per rispondere all'opinione pubblica, cioe' a campagne denigratorie indifferenziate alle quali quegli stessi vertici universitari non hanno saputo reagire. Per quello che mi riguarda, gia' piu' di dieci anni fa, quando il percorso legislativo inaugurato dall'allora ministro dell'universita' e della ricerca era ancora al suo avvio, intervenni come potevo, in Consiglio di Facolta', in liste di discussione tra universitari, sottoscrivendo appelli, per denunciare i pericoli che mi parvero subito evidenti: qualche collega, ricordo, pur condividendo alcune preoccupazioni, ritenne le mie previsioni troppo pessimistiche. Concludevo cosi' l'esame critico del documento di un gruppo di lavoro ministeriale che preparo' l'imminente riforma: "Surrettiziamente, attraverso un discorso sulla riorganizzazione della didattica e delle valuta-zioni relative, si prefigura una trasformazione radicale della figura del docente universitario, privato della propria identita' e specificita' di insegnamento e reso 'flessibile', cioe' taillable et corveable a' merci. In nome della 'mobilita' delle risorse umane' si prepara una destituzione di ruolo dei docenti, la cui funzione viene a configurarsi tendenzialmente svincolata dalle competenze e dalla ricerca. E' un percorso che ha visto cooperare, quasi in una strategia di umiliazione dei professori, additati di recente al ludibrio di un'opinione pubblica ignara e cosi' avvertiti di essere piu' remissivi, anche alte cariche istituzionali: cio', senza che nessuna organizzazione rappresentativa e nessuna autorita' accademica abbia sentito il bisogno di rispondere. La conseguenza verra' ad essere la riduzione dell'universita' da istituto per lo sviluppo e la trasmissione dei saperi a appendice generica, frantumata e pletorica (piu' pletorica di quanto gia' oggi non sia) di una generica e dequalificata scuola superiore.
Gli aspetti degenerativi gia' in atto, nonche' essere contrastati, troveranno finalmente la loro piena legittimazione, il riconoscimento ufficiale. Anzi saranno indicati come momenti di necessaria adeguazione e modernizzazione, con il conforto delle teorizzazioni pseudomanageriali e, possibilmente, col consenso rassegnato di quel mondo universitario che si intende riplasmare a proprio comodo. Tutto questo si vuol farlo passare per riforma. Lo creda chi vuole, e chi e' ben disposto. Noi vogliamo sperare che vi siano ancora forze che non stanno a questo giuoco" (tutto questo, nell'autunno del 1997: l'articolo apparve, col titolo, redazionale, La controriforma dell'Universita', sulla rivista "Critica liberale" del gennaio 1998).
Le voci che non stavano a questo giuoco non mancarono. Ricordo sul "Corriere della sera" del 25-11-1999, l'articolo di Angelo Panebianco, Una riforma che toglie l'autonomia. Se l'Universita' perde la ricerca, contro il decreto legge sullo stato giuridico dei professori universitari predisposto dal successivo ministro; l'appello, promosso congiuntamente da Panebianco e Luciano Canfora all'entrata in vigore della nuova normativa degli studi universitari, pubblicato sullo stesso giornale il 6-3-2001 col titolo Riformiamo la riforma (appello cui aderii); fino al polemico addio di Claudio Magris a una universita' che "tra quote, crediti e riunioni muore di aziendalismo" come recitava il sottotitolo di un suo articolo sul "Corriere" del 16-3-2004; e interventi, articoli, libri recenti. Ma sono rimaste, a giudicare dai risultati, voci senza efficacia sui decisori politici, quali che fossero, e sui loro consulenti burocratico-pedagogici; e sono sembrate voci isolate, in un coro, se non di consenso, di condiscendenza o passivita'. Da tale passivita' e' possibile scuotersi in extremis? Questa la domanda, e l'invito, che mi pare venga dagli ultimi interventi. Anche semplici testimonianze possono servire, per il bene dell'istituzione o almeno, che anche questo importa, per difendere la propria dignita'.
Michele Maggi, professore ordinario di Storia della filosofia politica, Universita' di Firenze"
Dopo gli interventi di Susan George (Pisa), Marco Benvenuti (Firenze), Maurizio Persico (Pisa), Tommaso Greco (Pisa), Andrea Celli (Padova) e Michele Maggi(Firenze), riportiamo piu' sotto l'intervento di Giovanna Campani dell'Universita' di Firenze.
Da Giovanna Campani dell'Universita' di Firenze:
"Cari colleghi,
un commento brevissimo. Condivido al 100% quello che ha scritto Susan George. Le sue considerazioni sono quelle che faccio io ogni volta che rientro da periodi di soggiorno di studio e di lavoro non in Universita' prestigiose come Harvard, ma, per esempio, in Universita' canadesi, svedesi ed anche in Universita' spagnole, dove e' possibile lavorare a dei progetti culturali collettivi e non essere spettatori della difesa del proprio "particulare", della parrocchietta, del feudo di ogni professore. Dico questo, senza negare per nulla che nell'Universita' italiana esistano delle intelligenze individuali eccellenti. Ma l'istituzione -nel suo complesso- e', purtroppo, quello che ha detto l'ambasciatore statunitense Spogli, nel suo discorso di commiato all'Italia: ovvero una tragedia nazionale.
Al collega Michele Maggi: se i professori universitari non hanno reagito alle campagne denigratorie, certamente indifferenziate, non e' forse perche' sono parte e in parte complici -non foss'altro per aver sempre taciuto- di un sistema corrotto indecente? Ma se in ogni concorso si sa gia' il vincitore! Non lo sappiamo da anni? Non lo sappiamo da anni quando ricevevamo quelle indecenti mail...vai a votare quello, quello quello, per formare le commissioni? Perche' non abbiamo mai detto niente? Quanti meritevoli abbiamo visto escludere per fare entrare il pupillo dell'ordinario, meno bravo, meno brillante...ed abbiamo taciuto? Ma se, nei concorsi, il merito e', al limite, uno dei criteri, ma nemmeno il prioritario, di solito, come raccontano tutti i giovani brillanti che sono dovuti andare all'estero a fare la loro carriera! Ma se davvero entrano i figli e le amanti (purtroppo!) (le amanti, gli amanti ancora no, per fortuna, perche' le donne hanno troppo poco potere nell'Universita')! Ma se i dottorandi sono ridotti spesso a portaborse, grazie a un sistema che non ha equivalente in nessun altro paese d'Europa! Ma se si inventano le piu' incredibili regole burocratiche perche' nei concosi locali non vi sia la peggiore cooptazione -abilitazioni nazionali, ecc...- Anche questo (pure l'ANDU mi sembra ha proposto un sistema infallibile per evitare la cooptazione locale): ma scusate un attimo...in molti paesi europei (la Svezia per esempio), i concorsi sono solo locali, eppure, chissa' perche', si sceglie il candidato in base al merito e/o al progetto culturale complessivo dell'Universita'. Non verrebbe nemmeno in testa al collega svedese di escludere il miglior concorrente per quel posto anche se c'e' il suo "pupillo", suo figlio o la sua amante che concorrono, perche' l'obiettivo per quel professore svedese e' un'Universita' di qualita', una buona offerta per gli studenti, avere un candidato che possa apportare qualcosa di importante, abbia un buon progetto, sia nelle reti internazionali, ottenga contratti di ricerca con le diverse fondazioni o istituzioni o la Commissione Europea...tutti criteri che non mi pare vadano per la maggiore in Italia, dove, prima di questi criteri (che magari un po' contano pure), ne vengono altri -e purtroppo anche alcuni che hanno piu' a che vedere col familismo amorale che con il destino futuro dell'Universita'.
Puo' darsi che tutto questo degrado sia avvenuto perche' l'Universita' italiana e' sempre stata sottofinanziata e quindi i professori abbiano cercato di arraffare quello che potevano in un sistema senza risorse...Chissa': credo che varrebbe davvero la pena di fare una ricerca sugli universitari e sull'Universita'. Cercare di capire perche' le cose sono andate cosi'...Credo anzi, che questo andrebbe fatto al piu' presto...
A proposito della ricerca, minacciata dalla aziendalizzazione, secondo Maggi: purtroppo o per fortuna, da anni ormai, almeno nelle mie materie, se si vuole fare un minimo di ricerca finanziata decentemente -potendo cioe' sostenere dei giovani ricercatori, fare lavoro di campo...ecc...(e se non si fa parte di clientele politiche), bisogna rivolgersi all'Europa...ai progetti europei...non sono certo i quattro soldi che da il MIUR che permettono di fare ricerca...E purtroppo o per fortuna, presentare progetti di ricerca richiede competenze tecniche a vari livelli, oltre che genialita'...Richiedere che i professori abbiano queste competenze tecniche (e linguistiche...ma si puo' davvero essere professore universitario oggi senza sapere un paio di lingue). E, sulla valutazione della ricerca, l'Europa ha stabilito tutta una serei di criteri che sono, a mio modesto parere, interessanti, e che potrebbero benissimo essere applicati anche in Italia, ma che i professori italiani (la maggior parte degli ordinari delle umanistiche non ha nemmeno un dottorato di ricerca) sembrano ignorare.
Per concludere -o si parte dalle enormi responsabilita' dell'accademia italiana, o c'e' un impegno a finirla con la corruzione o sara' difficile reagire a qualsiasi attacco.
Saluti
Giovanna Campani
Universita' di Firenze"
Dopo gli interventi di Susan George (Pisa), Marco Benvenuti (Firenze), Maurizio Persico (Pisa), Tommaso Greco (Pisa), Andrea Celli (Padova), Michele Maggi(Firenze), Giovanna Campani (Firenze), riportiamo piu' sotto l'intervento di Marinella Lorinczi, dell'Universita' di Cagliari, e una replica di Michele Maggi.
Per leggere tutti i precedenti interventi (eccetto quello di Campani)
cliccare:
http://firgoa.usc.es/drupal/
Per leggere l'intervento di Campani cliccare:
http://unimoreinform.blogspot.
Da Marinella Lorinczi dell'Universita' di Cagliari:
"Gentili colleghi dell'ANDU,
leggo con l'attezione e la coscienziosita' che il tempo a diposizione mi concede tutte le vostre comunicazioni preziose. L'ultimo intervento, della collega Campani, mi lascia francamente e sgradevolmente perplessa. Mi ricorda le lamentele di un grande barone delle mie discipline (filologiche) che si lamentava della parcelizzazione dei percorsi formativi e il resto, avvenuti in questi ultimi lustri di cosiddetta riforma. Come se lui/lei, dalle posizioni di potere che tutti riconoscevano e che si pretendevano riconosciute, non facesse parte del sistema che ha generato ed agevolato il fenomeno. Questi pianti a posteriori dopo anni di inerzia sistematica, sistemica e di convenienza (mi riferisco a quanto ho vissuto, sperimentato e patito), sono sconvolgenti e sconvenienti. Chi aveva da dire e da ridire perche' non l'ha fatto a suo tempo?
Il problema linguistico. Non e' soltanto comunicativo, fosse cosi' semplice, ma anche di potere ed economico. Non lo si puo' affrontare come se fosse la prima volta in assoluto che se ne parla. Esiste un enorme dibattito al riguardo. Quante lingue straniere conoscono gli anglofoni nativi ed anglosassoni (non indiani o in generale delle ex colonie) che praticano discipline diverse da quelle umanistiche? Gli umaninisti sono poliglotti per mestiere e necessita', gli altri non necessariamente perche' con l'inglese non solo si accede a tutto, ma anzi si batte qualsiasi non nativo per duttilita' e creativita' nell'uso. Non si sa dell'esistenza del movimento, negli USA, dell'English only?
Marinella Lorinczi, Univ. di Cagliari" Da Michele Maggi dell'Universita' di Firenze (replica):
"L'intervento di Campani e' una perfetta risposta alle domande all'origine di questa discussione. Quando un istituto, quando un corpo sociale e' in preda al cupio dissolvi (fatto di abbattimento silenzioso o di gridi denunciatari) il suo destino e' segnato. Non resta che accettare lo smantellamento dell'universita' pubblica, chiedere cosa e come studiare alle superiori burocrazie europee e magari, come ci viene suggerito, trasferirci altrove, dove tutto funziona e dove unicamente la cultura fiorisce. Speriamo che questo non valga come metonimia dell'Italia.
P. s. per una sciocchezza (ma non e' la prima volta che la si sente, ed e' un'altra di quelle circolanti a beneficio del pubblico esterno): gli ordinari che non hanno nemmeno un dottorato di ricerca. A parte che, formalmente, almeno finora, l'accesso al ruolo di professore universitario non e' stato vincolato ad alcun titolo di studio (e questo corrispondeva a una precisa tradizione di liberta' degli studi), sta di fatto che quando molti di noi sono entrati nei ruoli universitari il dottorato non esisteva (ne' c'era piu' la libera docenza): si doveva forse concorrervi successivamente (togliendo il posto ad altri)? Va bene per le tirate demagogiche ...
Michele Maggi"
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