Daniele Giglioli: L’università assassinata

Daniele Giglioli: L’università assassinata

Nel silenzio più totale, al riparo da sguardi indiscreti, è in discussione in Parlamento un disegno di legge di riforma dell’università che ha in realtà un solo e unico fine: lo smantellamento dell’università pubblica del nostro paese. Lo scopo dichiarato è ridurre gli sprechi e razionalizzare le risorse. Quello vero è condurre il sistema universitario al collasso nel giro di pochissimi anni. Il sistema universitario ha le sue colpe, ed è scarsamente difendibile: autoreferenziale, poco trasparente, in molti casi mal gestito, privo di anticorpi contro la tendenza inerziale e connaturata a ogni corpo separato a trasformare in leggi non scritte le proprie dinamiche di potere. Ma la cura è un’eutanasia mascherata.

Inutile perder tempo a discutere gli aspetti più tecnici della riforma, la governance, i concorsi, i dipartimenti, il rapporto col territorio: specchietti per le allodole. Come già per la cosiddetta riforma della scuola, la vera sostanza del disegno di legge sono i tagli al finanziamento, peraltro già in atto da tempo. Il vero ministero dell’università è il Ministero dell’Economia, la legge di riforma è la legge finanziaria.

L’esito più prevedibile è la chiusura di molte università, il ridimensionamento drastico di altre, la riduzione dei fondi destinati alla ricerca (su cui l’Italia investe già pochissimo), all’innovazione e al diritto allo studio. Chi vorrà studiare (insegnare, ricercare) decentemente si dovrà rivolgere ai privati; pagando, indebitandosi o gravando sulle famiglie. Una prospettiva che fa gola a molti: dopo quello della salute, il mercato della formazione è il più grande business che esista. Il modello dichiarato è l’università americana: non le singole università americane ma il sistema nel suo complesso. Trenta o quaranta atenei di gran livello, e alcune migliaia di City College o di State University che sono qualcosa a metà tra il riformatorio e la scuola di avviamento professionale. Un sistema fondato su mutui e prestiti che peraltro, dopo il crac dell’economia finanziaria, perfino le banche americane sono ormai molto restie a concedere. Naturalmente «i capaci e i meritevoli» dei ceti meno abbienti avranno qualche opportunità di accedere anche loro alla formazione d’élite: stravolgimento parodico del dettato costituzionale, e ulteriore conferma che la tanto vantata meritocrazia, come ha mostrato Christopher Lasch, è in buona sostanza uno strumento per drenare talenti (e con essi la potenziale leadership) dalle classi subalterne.

Sarebbe ingiusto dare la colpa di tutto ciò soltanto al governo in carica: il male viene da lontano. Dalla riforma Ruberti del 1990 a quella Berlinguer (poi Zecchino, poi De Mauro poi Moratti poi Mussi e infine Gelmini), la storia del rapporto tra la politica e l’università è una storia a senso unico: quella di un paese che non crede alla cultura, non investe nella ricerca, non ha alcun disegno di futuro che non sia il far cassa e l’interesse immediato. Si dirà che questo è ingiusto, e che le differenze esistevano. Ma non è vero, erano sfumature che lasciavano intatto il nocciolo, sempre lo stesso: poche risorse, poche idee, compromessi al ribasso con i potentati universitari di turno, sempre ai danni della qualità e del diritto alla formazione costituzionalmente garantito. Questo governo ha solo i modi più spicci, i numeri in Parlamento, e maggior onestà nel rivendicare ciò in cui crede: l’aggressione vorace a tutto ciò che è pubblico, bene comune, risorse non divisibili ma condivisibili, dall’acqua al consumo dei suoli, dalla salute alla conoscenza, dall’informazione al lavoro. In più gli va riconosciuta a suo merito una visione ideologica coerente, compatta e ben embricata con l’attuale assetto dell’egemonia sociale: piccola impresa, profitti derivati parte dalla svalutazione e parte dal contenimento del costo del lavoro, la memoria ancestrale del nonno o del papà che hanno fatto i miliardi sapendo a malapena leggere, scrivere e far di conto. L’università privata serve a far soldi. Quella pubblica a sfornare un esercito di manodopera scarsamente formata, usa e getta, flessibile non perché colta ma perché già piegata e dequalificata in partenza, una bolla di nuovi potenziali poveri che viaggia già da tempo nelle vene del nostro paese, con tutti i rischi di embolia del caso. Che gli si chieda di finanziare la produzione di un sapere critico è davvero fuori luogo.

Ciò che invece inquieta e dispera è che nessun altro si opponga. Né quel che resta della sinistra parlamentare, forse ipnotizzata dal miraggio che una fetta della torta del mercato della formazione tocchi a lei (abbiamo una banca? E perché no un’università?). Né la sinistra cosiddetta radicale, in mistica contemplazione della visione beatifica secondo cui, poiché il capitalismo odierno è un capitalismo tutto e solo cognitivo, il sapere si transustanzia miracolosamente in plusvalore e si tratta solo di riappropriarsene. Né, infine, la società civile di un paese prostrato, invecchiato, incattivito, dominato dalla paura e dal risentimento accanitamente coltivati dall’ideologia e dall’immaginario dominanti negli ultimi tre decenni. Un paese in cui tutti, singoli e corporazioni, sperano di cavarsela da soli, e che per questo non ha bisogno di cultura, ricerca, immaginazione, progettazione di futuro: tutte cose che si possono fare solo insieme. Ieri è toccato alla scuola, oggi all’università, domani e anzi già oggi al pubblico impiego, pensionati e dipendenti pubblici chiamati a riparare i guasti di una crisi finanziaria di cui non hanno alcuna responsabilità. Anche quando il libero mercato fa cilecca, la cura è ancora più libero mercato: se poi non dovesse essere proprio libero ma basato su un continuo e umiliante mercanteggiamento di illeciti e favori, bene lo stesso, tanto chi può opporsi.

Se questo articolo fosse un film neorealista, a questo punto dovrebbe comparire, dopo la denuncia, la speranza. Purtroppo i tempi attuali non consentono deus ex machina. Però le università italiane sono in fermento, nella maggior parte degli atenei si parla già di non far partire il prossimo anno accademico. Se questa lotta verrà lasciata sola, se verrà vista come il tentativo di difendere i privilegi di una corporazione (e di sicuro così sarà presentata), non sarà solo l’università pubblica a sparire, ma l’idea stessa che la conoscenza, come l’acqua, è un bene comune. Se invece il paese sceglierà di difenderla – e chiederà di migliorarla, certo –, da qui potrebbero ripartire molte cose. Di sicuro «Alfabeta» se ne occuperà.

Alfabeta2, 26/07/10